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«MIRA, O NORMA, AI TUOI GINOCCHI»
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«MIRA, O NORMA, AI TUOI GINOCCHI»

Nel 1989, mentre mi trovavo a Mestre, un mio amico mi disse di aver parlato di me a sua nonna o bisnonna. Le disse di aver incontrato un russo e che sua nonna gli aveva chiesto di portarmi da lei. Gli ho chiesto dove andare. Mi disse Mira, non lontano da Venezia. Non ne avevo mai sentito parlare, ma subito mi venne in mente l’aria: «Mira, o Norma, ai tuoi ginocchi». È Adalgisa che canta a Norma nel famoso duetto tra Norma e Adalgisa. Ma quando ho sentito il nome della città di «Mira», quell'aria di Vincenzo Bellini mi è subito venuta in mente.
Ricordo che salimmo in macchina con questo amico e lui mi portò in quella città per vedere la nonna. Non mi sorprese affatto che sua nonna volesse vedermi. Ho molto rispetto per le persone anziane. Non capivo perché volesse vedermi, e pensavo fosse normale. Gli anziani vanno rispettati. Arrivammo in questa città di Mira e ci fermammo in macchina davanti a una vecchia casa. Lì fummo accolti da diverse persone, donne, e poi da una nonna con il bastone, una donna piuttosto anziana. Tutti si presentarono e mi fecero entrare in casa. Ci sedemmo in una grande stanza e ricordo che c'erano due gatti. Beh, questo mi conquista sempre. Adoro i gatti. Per me, un gatto in casa significa che amo quella casa. Così, iniziammo subito a parlare e la nonna mi raccontò che nella sua lontana giovinezza aveva conosciuto un uomo russo che amava moltissimo. Disse che lo amava e che lo ricordava ancora oggi. Mi mostrò una vecchia fotografia ingiallita in cui vedevo una giovane coppia. Era una ragazza con un vestito molto bello e con lei c'era un giovane gentiluomo. La coppia era molto bella. La ragazza era semplicemente splendida, e il giovane era alto e biondo. La nonna disse che quello era il suo Petja russo. Le ho detto che Petja (Петя) è un diminutivo di Piotr (Пётр), cioè in italiano è Pietro. Lei mi ha risposto che lo aveva sempre chiamato Petja. Era così che lui si era presentato a lei. Questo giovane era bello e somigliava agli uomini della Russia settentrionale, biondo. La nonna mi ha raccontato come si erano conosciuti. Tutto questo era successo in Italia, intorno agli anni '20. Pensavo che si trattasse chiaramente di qualcuno dell'emigrazione russa, di qualcuno che aveva lasciato la Russia dopo la Rivoluzione bolscevica del 1917. Ho chiesto alla nonna cosa fosse successo dopo, se si fossero sposati. La nonna ha abbassato la testa, è rimasta in silenzio, poi ha detto che Petja si era sposato. Poi ha aggiunto che era andato da qualche parte con la sua famiglia russa, si erano salutati e non si erano mai più visti. Di lui è rimasta solo questa fotografia. Per questo la nonna voleva incontrarmi, per raccontarmi tutto. Mi ha chiesto se il viso di Petja mi sembrasse familiare. Ma io le ho risposto che erano gli anni '20 e che non l'avevo mai visto, né avrei potuto vederlo. L'uomo era bello, biondo, dall'aspetto distinto e vestito con grande eleganza secondo la moda dell'epoca. Capii allora che la nonna desiderava davvero raccontare questa storia a qualcuno, e quando suo nipote le disse di aver incontrato un russo a Mestre, chiese di portarglielo. Fu un gesto davvero toccante. Ricordo che pranzammo lì. Le donne, probabilmente nipoti o parenti della nonna, prepararono un ottimo pranzo. Ci sedemmo tutti a un grande tavolo e chiacchierammo. La nonna si sedette accanto a me e mi tenne la mano per tutto il tempo. Poi uscimmo tutti insieme e ci mostrarono il cortile e il piccolo giardino vicino alla casa. La nonna, con il bastone, mi rimase accanto per tutto il tempo e io le tenni la mano. Camminavamo lentamente. Poi scattammo delle foto vicino alla casa. Ci salutammo, ci abbracciammo e ci baciammo. Mi è rimasta solo una foto, che vi mostro. È stata scattata dall'amico che mi ha accompagnato dalla nonna. Immagino che ci siano altre foto in possesso della famiglia della nonna. La nonna era già piuttosto anziana allora.
È successo tutto nella città di Mira. Ed era il settembre del 1989. Potete immaginare quali furono le mie prime impressioni sull'Italia e sugli italiani. Era la prima volta che mi trovavo in un paese di cui parlavo la lingua. Certo, avevo incontrato molti italiani a Mosca e avevo parlato con loro, ma quella era stata un'impressione completamente diversa. Ovunque andassi in Italia, venivo trattato benissimo, direi persino con cordialità. Parlavo con i commessi nei negozi, all'ufficio postale, al bar, con le anziane al parco e persino con i poliziotti, e ovunque venivo trattato con gentilezza. Lo scrivo tutto questo perché mi sembra che ora sia tutto cambiato. Temo che niente di tutto ciò esista più in Italia.

  




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Zarevich
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