-----------------------------------
Myshkin
Luned&igrave;, 03 Gennaio 2011, 12:04

«MIKHAIL BULGAKOV: UNO SCRITTORE RUSSO»
-----------------------------------
II

A questo punto appare lecito chiedersi che cosa, oltre alla disperazione, spinse Bulgakov a rivolgersi a Stalin con una lettera così sincera, esponendo in modo inequivocabile e definitivo le proprie posizioni letterarie e politiche, in un’epoca in cui abiure ed equilibrismi ideologici stavano diventando una beffarda e tragica regola. Nella già citata lettera a Bill-Belocerkovskij, che aveva segnato la condanna de La corsa, Stalin parafrasando tra l’altro un proverbio popolare, giustificava invece la presenza, invisa a molti, de I giorni dei Turbin sulle scene sovietiche. Affermava in sostanza che, in mancanza di meglio, anche le opere teatrali complessivamente non dannose, potevano essere accettate. Il concetto espresso da Stalin era che nel dramma, sia pure vista dal campo avverso, la rivoluzione bolscevica risaltava come un evento necessario e ineluttabile. Ma neppure questa analisi ideologica, invero non troppo sottile, da sola poteva spiegare il fatto che, come risulta dai registri del MChAT, il Capo Supremo avesse assistito alla rappresentazione de I giorni dei Turbin almeno  quindici volte. Evidentemente c’era nel dramma qualcosa che lo avvinceva forse proprio su questo si fondavano le speranze, apparentemente poco razionali, di Bulgakov.

Tre settimane dopo l’invio della lettera, il 18 aprile 1930, arrivò effettivamente la risposta di Stalin, e con modalità del tutto inattese l’uomo più potente dell’Unione Sovietica telefonò personalmente a Bulgakov. Stalin si mostrò restio a concedere a Bulgakov il permesso di lasciare l’URSS, ma gli promise un lavoro al Teatro d’Arte, come lo scrittore aveva chiesto nella lettera del 28 marzo. La promessa fu mantenuta il giorno seguente Bulgakov si recò al MChAT, dove fu subito assunto in qualità di aiuto-regista.

Stalin, come si è già detto, aveva manifestato interesse per l’opera drammaturgica di Bulgakov, tuttavia poteva essere stato indotto a una risposta così diretta e informale anche da ragioni di opportunità politica. Il 17 marzo, ventiquattro ore prima della famosa telefonata, si erano svolti i funerali di V. Majakovskij, che si era tolto la vita il 14, alle ore 10.15, nel suo studio al passaggio Lubjanskij, a Mosca. Il fatto aveva suscitato una grandissima impressione; in tre giorni circa centocinquantamila persone avevano reso omaggio alla salma del poeta. In un simile momento il suicidio di un altro letterato avrebbe forse incrinato la popolarità e l’immagine del regime.

La notizia della telefonata si Stalin divenne ben presto di dominio pubblico; del resto a diffonderla contribuì lo stesso Bulgakov, il quale in questo modo intendeva probabilmente dimostrare che l’atmosfera intorno a lui era cambiata, che il suo nome non era più all’indice. Ne derivarono pettegolezzi, voci incontrollate e anche uno scherzo piuttosto crudele da parte di un amico come Jurij Oleša, il quale alcuni mesi dopo spedì allo scrittore una falsa convocazione al Comitato Centrale del Partito. La lettera era contraffatta con cura, ma non sortì l’effetto sperato dal suo autore.

In ogni caso Bulgakov era convinto di aver trovato in Stalin un suo sincero estimatore e, in una certa misura, un difensore contro la schiera di burocrati letterari che si accaniva contro di lui.
La telefonata del 18 aprile 1930 si era conclusa con la promessa, da parte del tiranno, di un incontro personale. Bulgakov attese invano per tutta la vita questo singolare appuntamento. La sua terza moglie, Elena Sergeevna Bulgakova, scrisse nelle sue memorie “… M. A. mi faceva sempre la stessa domanda perché ha cambiato idea? E io rispondevo sempre nello stesso modo e che cosa avrebbe potuto dirti? Dalla tua lettera ha capito perfettamente che non avreste certo parlato dell’appartamento o di soldi…”.

Probabilmente in Bulgakov rimase sempre il rimpianto di non aver potuto, durante la famosa conversazione telefonica, esprimere compiutamente il suo pensiero, sia per l’emozione e il comprensibile sbalordimento sia per l’incalzare delle domande dell’interlocutore.
L’attesa di un nuovo incontro e il desiderio di comunicare con il suo alto protettore sarebbero divenute un motivo latente di tutta la successiva produzione bulgakoviana. In particolare, nelle opere dedicate a MolièreBulgakov adombrò nella sua interpretazione dei rapporti fra il grande commediografo e Luigi XIV una sorta di modello per le relazioni fra il sovrano assoluto e l’artista di genio il monarca, seppur altezzoso e spietato, comprendeva i diritti dell’arte e difendeva l’artista dagli attacchi dei suoi zelanti e gretti sottoposti.

In realtà Stalin seguì molto parzialmente il “modello” del Re Sole che Bulgakov gli aveva indirettamente suggerito; tuttavia lo scrittore non perse fiducia in questa sorta di rapporto privilegiato con il suo “sovrano”, anzi all’inizio del 1931, nell’esordio di una lettera rimasta poi incompiuta, gli chiedeva di diventare il suo “primo lettore”. Il 30 maggio dello stesso anno Bulgakov indirizzò a Stalin una nuova lettera-confessione. Il sentimento di sollievo, quasi di euforia, che aveva caratterizzato i primi mesi dopo il colloquio telefonico e l’entrata al MChAT, si era gradualmente trasformato in smarrimento e depressione. Alla sua attività di sceneggiatore e di aiuto regista erano state poste pesanti limitazioni, specialmente da parte di K.S. Stanislavskij, condirettore del MChAT; soprattutto, i teatri e le case editrici continuavano a ignorare i suoi lavori. Questa condanna al silenzio lo tormentava al punto da procurargli un’autentica sofferenza fisica, aggravata dal rimorso per essersi infine arreso, lui “l’unico lupo” della letteratura russa, e per aver rinnegato la sua vocazione di scrittore limitandosi al lavoro di regista e di attore. Ma in questo tristissimo stato d’animo, in cui tutte le “sensazioni” erano “monotone” e tutti i “progetti velati di nero”, Bulgakov scrittore conservava ancora la speranza di poter lavorare nel suo paese. Nella lettera del 30 maggio 1931 non chiedeva più di espatriare, concessione che Stalin si era mostrato poco propenso ad accordargli, ma di recarsi all’estero soltanto per alcuni mesi, in compagnia della moglie,  per conoscere il mondo e trarne nuovi e interessanti stimoli per la sua attività letteraria. Nel finale della lettera Bulgakov ritornava sulla telefonata dell’anno precedente che, secondo un’illusione durata dodici mesi, avrebbe dovuto cambiare la sua vita, e auspicava un incontro con il suo potente interlocutore.

Quest’incontro non avvenne mai, l’autorizzazione per il viaggio all’estero gli fu negata e la lettera rimase senza risposta.
In seguito Bulgakov scrisse ancora a Stalin, ma senza più chiedere un incontro. Forse persuaso, finalmente, dell’infruttuosità di ogni tentativo di instaurare un rapporto personale, rivolse allo statista lettere dal contenuto più circoscritto, denunciando le malefatte di burocrati e funzionari nei suoi confronti, oppure appoggiando richieste di altri. Queste lettere seguivano uno schema verbale e compositivo abbastanza rigido e formale che si potrebbe definire di “supplica al sovrano”, salvo poi debordare a tratti in un amaro sfogo.
È in particolare il caso della lettera scritta da Bulgakov il 10 giugno 1934, pochi giorni dopo che a lui e alla moglie era stato negato il permesso di recarsi all’estero. Nel marzo dello stesso anno Bulgakov aveva avuto tramite il MChAT notizie di un rinnovato interesse in alto loco per il dramma La guardia bianca (le cui rappresentazioni erano riprese da due anni, su “suggerimento” di Stalin) e per la sua persona. Ciò aveva alimentato in lui nuove speranze e l’aveva indotto a chiedere di poter effettuare un viaggio all’estero nei mesi di agosto e di settembre. Dopo un’altalena di rinvii e assicurazioni circa l’esito positivo della domanda, la vicenda, descritta con minuziosa precisione nella lettera, si era conclusa con un inatteso e immotivato rifiuto che aveva tutto il sapore di una beffa feroce.

Sulla reazione di Bulgakov a questo nuovo colpo della sorte esiste la testimonianza di Elena Sergeevna Bulgakova “… Qualche giorno dopo, ai primi di giugno, il giorno 7 credo, al MChAT arrivò Ivan Sergeevi&#269; con un mucchio di passaporti, per tutti quelli del teatro; per noi invece due pezzetti di carta, il passaporto era stato rifiutato.
In strada Michail Afanas’evi&#269; si sentì male, lo accompagnai in una farmacia. Là lo fecero coricare e gli diedero delle gocce… arrivò una macchina così portai Miša a casa. Fu malato per molto tempo, aveva il terrore degli spazi aperti e della morte…”.

Dal celebre colloquio telefonico erano passati ormai quattro anni e Bulgakov non si illudeva più di ottenere una risposta diretta; il 13 giugno 1934, due giorni dopo che la sua lettera era stata inoltrata, partì per Leningrado con la moglie, seguendo la tournée del MChAT che in quella città avrebbe rappresentato per la cinquecentesima volta I giorni dei Turbin.

Come già accennato Bulgakov mise la sua esperienza in fatto di rapporti epistolari con le massime autorità anche a disposizione di altri. Il 30 ottobre 1935 aiutò Anna Achmatova, a cui erano stati arrestati in una notte il marito (Nikolaj Punin) e il figlio (Lev Gumil&#1105;v), a scrivere un appello a Stalin e la esortò tra l’altro a inviare non un foglio dattiloscritto, ma una lettera autografa. Pochi giorni dopo la Achmatova ricevette la notizia della liberazione dei suoi familiari. Impossibile dire se e quanto la lettera influì sul felice esito della vicenda.

L’ultima missiva indirizzata da Bulgakov a Stalin, almeno allo stato attuale delle conoscenze, porta la data del 4 febbraio 1938, quando lo scrittore chiese che venisse consentito il ritorno a Mosca dell’amico commediografo Nikolaj Robertovi&#269; Erdman, che era stato esiliato prima in Siberia, poi a Kalinin. La sua preghiera non fu esaudita, Erdman non fu richiamato dall’esilio; del resto il solo fatto di averla formulata, in tempi così bui, poteva essere considerato un atto coraggioso e non immune da rischi, specialmente per uno scrittore dalla reputazione compromessa come Bulgakov. Ma la considerazione che Stalin aveva per lui, forse, gli evitò ancora una volta conseguenze nefaste per la sua incolumità personale.

L’ultimo capitolo dello strano e squilibrato rapporto fra Bulgakov e il suo “sovrano” non fu di natura epistolare. Alla fine degli anni trenta al teatro sovietico era stata imposta con la forza l’uniformità di uno stile ufficiale ogni compagnia doveva avere in repertorio un’opera dedicata a Stalin e al significato storico della sua figura. Nel 1938 il MChAT decise di affidare questo delicatissimo compito, da cui poteva dipendere la sua stessa sorte, a Michail Bulgakov, il quale, tra l’altro, aveva lasciato da due anni quel teatro.

La scelta di un autore di indiscusso talento avrebbe dovuto scongiurare, per quanto possibile, i rischi di una caduta nella pura agiografia. In più Bulgakov aveva già ideato e iniziato a scrivere per suo conto un dramma sulla giovinezza del dittatore. Tuttavia esitò molto prima di accettare l’incarico offertogli dal MChAT. È impossibile dire se a convincerlo, oltre alle insistenze dei dirigenti del teatro, fu, come affermò la terza moglie, un sincero interesse per il soggetto, o l’ingenua speranza di vedere in questo modo “riabilitata” tutta la sua precedente produzione teatrale, o soltanto la paura, sentimento che in quegli anni dominava la società sovietica.

Il “sovrano”, ancora una volta, disdegnò l’attenzione del suo suddito il 14 agosto del 1939, quando ormai le parti principali erano assegnate, sopraggiunse per il dramma, intitolato Batum, un categorico divieto.

Una personalità come Stalin, così si spiegò molto “in alto”, non poteva diventare una specie di eroe romantico, protagonista di gesta inventate. Inoltre quest’opera era stata interpretata come un gesto mosso da opportunismo, un tentativo di ingraziarsi il potere. È possibile, in realtà, che agli occhi del dittatore il difetto principale di Batum fosse l’impostazione non abbastanza retorica e celebrativa. È stata avanzata l’ipotesi suggestiva che Stalin, circondato da piccole figure servili e impaurite, avesse voluto in questo modo evitare a un uomo di talento e di grande dignità un’inutile umiliazione. Tuttavia ciò significherebbe attribuire a Stalin una sensibilità che quasi certamente gli era estranea.

Forse Bulgakov fu semplicemente tollerato dal dittatore che ne riconosceva l’ingegno e non ne riteneva l’attività talmente pericolosa da giustificare provvedimenti “definitivi”. Bulgakov poté così sopravvivere ai margini del “vivaio letterario” dell’età staliniana. Certo l’attenzione del tiranno accompagnò l’ultimo decennio della vita di Bulgakov come una presenza sardonica e imperscrutabile. L’11 marzo 1940, il giorno seguente la sua morte, dalla segreteria di Stalin telefonarono alla vedova per accertarsi dell’avvenuto decesso dello scrittore forse si trattava semplicemente di chiudere un’annosa pratica.
Ma il 3 luglio 1941, mentre l’avanzata tedesca sembrava inarrestabile, quando Stalin parlò attraverso la radio al popolo sovietico esortandolo a resistere fino in fondo, usò la formula “Mi rivolgo a voi amici miei”, le stesse parole pronunciate da Aleksej Turbin sulla scala del ginnasio di Kiev, nel terzo atto del dramma che tanto apprezzava.


Mario Alessandro Curletto


