-----------------------------------
Myshkin
Domenica, 02 Gennaio 2011, 13:25

«MIKHAIL BULGAKOV: UNO SCRITTORE RUSSO»
-----------------------------------
di Mario Alessandro Curletto

I

Michail Bulgakov giunse nella turbinosa e caotica Mosca della NEP alla fine del settembre 1921 “senza denaro, senza oggetti personali” e, subito impegnato in una lotta quotidiana per la sopravvivenza, si pose come obiettivo a lungo termine quello di possedere una casa dignitosa e una buona biblioteca. La realizzazione di questo sogno squisitamente borghese non risultò affatto facile gli anni ’20 furono per lo scrittore un itinerario faticoso e irto di ostacoli. I suoi racconti furono oggetto di violenti attacchi da parte della critica. Il romanzo La guardia bianca non venne neppure pubblicato interamente. La prima rappresentazione del dramma che lo scrittore ne aveva tratto, intitolato I giorni dei Turbin, avvenuta il 5 ottobre 1926, segnò un ulteriore salto di qualità Bulgakov divenne bersaglio di un fuoco incrociato di invettive e insulti personali. Una valanga di accuse si abbatté sul MChAT (Teatro Accademico d’Arte di Mosca), reo di aver allestito il dramma, e non fu risparmiato neppure il Commissario del Popolo per l’Istruzione, A. Luna&#269;arskij che, pur tra mille dubbi e perplessità, ne aveva autorizzato la rappresentazione. Luna&#269;arskij rivide prontamente la sua posizione, criticando con asprezza I giorni deiTurbin in un articolo edito l’8 ottobre sulle Izvestija.

La campagna denigratoria contro Bulgakov fu orchestrata soprattutto dalla RAPP (Associazione Russa degli Scrittori Proletari), il più potente e tristemente famoso dei gruppi che, propugnando grossolani concetti di marxismo militante, si avviavano a instaurare una nefasta egemonia sulle lettere sovietiche. Secondo lo stile e le consuetudini della RAPP, gli attacchi non prendevano le mosse da considerazioni di carattere letterario, ma avevano un contenuto ideologico e politico gli “scrittori proletari” consideravano I giorni dei Turbin una vera e propria apologia del “nemico di classe”, quell’intelligencija di solide radici borghesi che lo scrittore, animato da un sincero r mai dissimulato sentimento di appartenenza, aveva raffigurato con toni lirici ed elegiaci. Il “particolare interesse” che i critici riservarono a Bulgakov li indusse persino a coniare il termino bulgakovš&#269;ina (bulgakovismo), inteso come simbolo di un sentimentalismo apertamente reazionario che andava estirpato ad ogni costo dal campo della letteratura sovietica. Spunti polemici nei confronti de I giorni dei Turbin vennero anche da V. Majakovskij, il quale, fautore delle esperienze d’avanguardia anche in campo teatrale, mostrò apertamente di non apprezzare le concezioni estetiche tradizionali e i valori borghesi di cui il dramma bulgakoviano era portatore.

Per lungo tempo, tuttavia, Bulgakov non parve particolarmente toccato dagli eccessi di quello che, soltanto con un eufemismo, si potrebbe definire un dibattito letterario ritagliava i numerosissimi articoli ostili e li incollava in un album, oppure li appendeva alle pareti del suo studio, forse per farsene beffa o per esorcizzarli. Gli atteggiamenti esteriori sempre più impeccabili denotavano la volontà di accentuare polemicamente i propri tratti borghesi. Quanto all’antico sogno di una casa decente e di una biblioteca, pareva essersi finalmente avverato con il trasferimento nel 1927 in un appartamento sulla Bol’šaja Pirogovskaja, vicino al monastero Novodevi&#269;ij.

Ma verso la fine degli anni ’20 la letteratura, come tutta la cultura sovietica, procedeva ormai a grandi passi verso una completa irreggimentazione. Nel 1928 era stato varato il primo piano quinquennale di industrializzazione e collettivizzazione, e anche le “legioni” degli scrittori vennero chiamate a dare il loro contributo, illustrando e magnificando la costruzione dell’uomo e della società nuovi. Strumento decisivo di questa mobilitazione generale voluta dal potere politico fu la RAPP, la cui dittatura in campo letterario divenne così assoluta.

In un contesto simile la sorte di quegli scrittori che non si allineavano esplicitamente alla nuova “consegna sociale” poteva dirsi segnata. E infatti nel 1929, lo stesso anno in cui scoppiarono i clamorosi casi letterari di Pil’njak e Zamjatin, la posizione di Bulgakov si fece delicatissima al fuoco concentrato della critica si aggiunse la messa al bando dai teatri sovietici di due suoi lavori teatrali, I giorni dei Turbin e L’isola purpurea, mentre L’appartamento di Zoja era stato tolto dal repertorio già nell’anno precedente. Una quarta pièce, La corsa, fu proibita mentre si trovava ancora in fase di allestimento al MChAT. Bulgakov non avrebbe mai visto la rappresentazione di quest’opera sulla quale pesò il giudizio negativo espresso da Stalin nella lettera al drammaturgo Bill-Belocerkovskij del 2 febbraio 1929. Questa lettera fu resa pubblica soltanto molti anni dopo, ma, data l’eccezionalità dell’autore, dobbiamo supporre che avesse ottenuto negli ambienti letterari dell’epoca diffusione e risonanza immediate.
Quanto alla narrativa, l’ultima pubblicazione risaliva ormai al 1927, da allora nessuna rivista aveva accettato una riga scritta da Bulgakov, il quale, spinto dall’assoluta necessità economica, meditò l’idea, poi scartata in extremis, di dedicarsi all’ideazione e stesura di sketches per il teatro di varietà e per il circo.

Nel tentativo di sottrarsi a questo stato di morte civile in cui l’aveva spinto l’ostracismo decretato nei suoi confronti, Bulgakov si rivolse agli uomini di governo e a Gor’kij, considerato allora una sorta di nome tutelare degli scrittori sovietici, chiedendo che fosse presa in esame la sua insostenibile situazione e gli fosse concesso di recarsi all’estero. La prima lettera fu scritta in quattro copie nel 1929 e fu inoltrata ai diversi destinatari per mano di A.I. Sviderskij, allora capo della Direzione Generale per l’Arte (Glaviskusstvo). Ne seguirono altre di cui è trovata copia nell’archivio dello scrittore, ma è difficile stabilire quali di esse siano state effettivamente inoltrate. In ogni caso questi appelli non sortirono alcun esito positivo, anzi, il 18 marzo 1930 le residue, flebili speranze di Bulgakov ricevettero un altro durissimo colpo il Comitato Generale per il Repertorio (Glavrepertkom) bocciò La cabala dei bigotti, un dramma sulla vita di Molière scritto alla fine del 1929 in poco più di due mesi di lavoro intenso e appassionato.

Bulgakov era giunto ormai alla disperazione, aveva cercato invano un lavoro come portiere o come operaio tipografo e, secondo una notizia riferita dallo studioso V. Lakšin, portava sempre con sé una pistola, meditando il suicidio.

Da questo stato d’animo nacque la lettera inviata il 28 marzo 1930 ai dirigenti dell’URSS, l’unica che abbia ricevuto una risposta diretta da parte di Stalin. In questa lettera-dichiarazione, scritta, pare, in dieci giorni e dunque ben meditata, Bulgakov individuava due sole vie d’uscita dalla sua penosa situazione l’espulsione dal paese o l’assunzione al Teatro d’Arte di Mosca. Curiosamente non faceva menzione di una terza possibilità, quella cioè che gli fosse consentito di continuare, in patria, la sua attività di scrittore; trattandosi di una lettera ampia e ben argomentata è difficile pensare a una dimenticanza. L’ipotesi più probabile è dunque che Bulgakov, visti i toni del dibattito politico-culturale del tempo, non osasse neppure sperare in una grazia così grande.

...continua


