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«IVAN BUNIN CHE SCONVOLGE L’ANIMO»
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«IVAN BUNIN CHE SCONVOLGE L’ANIMO»
«ИВАН БУНИН, КОТОРЫЙ БУДОРАЖИТ»

Vera Mùromtseva-Bùnina Вера Муромцева-Бунина
«LA VITA DI BUNIN» «ЖИЗНЬ БУНИНА»
Le Conversazioni con la memoria Беседы с памятью
Casa Editrice «VARGIUS» Mosca 2007 (Pagine 512)
Издательство «ВАГРИУС» Москва 2007

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Nel 1907 Vera Mùromtseva, una ragazza di ventisei anni, figlia del membro della giunta municipale di Mosca e nipote del presidente della prima Duma statale, si maritò con il già famoso a quel tempo scrittore Ivan Bùnin (1870-1953). Finalmente lui incontrò l’intelligente, sensibile e fedele donna che per tutta la sua vita avrebbe diviso con lui i dolori e le gioie. Vera Mùromtseva-Bùnina ci lasciò un retaggio culturale, cioè i due celebri libri «La Vita di Bunin» («Жизнь Бунина») e «Le Conversazioni con la memoria» («Беседы с памятью»). Il primo libro è costruito sui materiali di archivio e sui ricordi personali. Il secondo libro sono le memorie scritte vivamente e con brio. I suoi libri dipingono il carattere complicato di Ivan Bunin a cui fu unita per tutta la vita. Sulle pagine di questi due libri un lettore potrà incontrare molte personalità della cultura russa come Anton Cechov, Lev Tolstoj, Maksim Gorkij, Leonid Andrejev, Boris Zàjtsev, Aleksandr Kuprìn, Fiodor Shaljapin, Serghej Rachmaninov e molti molti altri artisti del Novecento russo. Il libro «LA VITA DI BUNIN» fu pubblicato per la prima volta in russo e in francese a Parigi nel 1958. Nell’anno 1989 fu pubblicato in URSS.



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«IVAN BUNIN CHE SCONVOLGE L’ANIMO»
«ИВАН БУНИН, КОТОРЫЙ БУДОРАЖИТ»

La fedeltà e la dedizione di Vera Mùromtseva per Ivan Bunin era degna di Penelope. Il suo amore per Bunin doveva essere davvero molto grande per farle accettare e tollerare che la giovane poetessa Galina Plotnikova, amante del marito, venisse a vivere con loro. Il film “Il diario di sua moglie” di Aleksej Uchìtel  (http://www.arcarussa.it/forum/viewtopic.php?t=300) è un ottimo film sulla vita di Bunin, interpretato dal bravissimo Andrei Smirnov, che illumina alcuni aspetti della sua complessa personalità. Lo consiglio vivamente a tutti. Ricordiamo che Ivan Bunin morì ad 83 anni, ed era molto  malato.
  



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Messaggio «IVAN BUNIN CHE SCONVOLGE L’ANIMO» 
 
Il conferimento del premio Nobel a Ivan Bunin
10 Dicembre 1933

Di Kjell Strömberg



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La medaglia del Premio Nobel per la Letteratura,
che rappresenta un giovane seduto sotto un alloro
che, incantato, ascolta e trascrive il canto della musa,
e sulla quale è inciso un verso tratto dall'Eneide di Virgilio:
« Inventas vitam iuvat excoluisse per artes », ovvero
« Chi la vita abbelliva, arti nuove scoprendo »






Fino al 1958  negli annali del premio Nobel la letteratura russa era rappresentata da un solo nome, quello di Ivan Bunin, dato che Boris Pasternak, al quale fu conferito il premio nel 1958, lo rifiutò nelle penose circostanze che tutti sanno. Ammonito che sarebbe stato esiliato per tutta la vita se avesse accettato il Premio e si fosse recato a Stoccolma, Pasternak preferì rinunciarvi e restare in Russia, in uno stato di prigionia appena larvata.

Fu nel 1933 che Ivan Bunin (o Bounine, dato che egli stesso aveva adottato questa grafia da quando si era stabilito in Francia) ebbe la fortuna di venire scelto fra una trentina di candidati presentati, quell’anno, nelle debite forme. La sua candidatura era stata posta per la prima volta esattamente dieci anni prima da Romain Rolland, premio Nobel 1915, che contemporaneamente proponeva Maksim Gor’kij. Questi due nomi dovevano ormai essere proposti regolarmente ogni anno, insieme o separatamente, all’attenzione dell’Accademia Svedese.

In realtà, dopo la morte di Tolstoj, Gor’kij era indiscutibilmente lo scrittore russo più noto e universalmente riconosciuto. Già nel 1918, come candidato al Premio, era stato oggetto di una prima e circostanziata relazione al Comitato Nobel, ma si trattava di una relazione nettamente sfavorevole. «Se Gor'kij fosse stato proposto dieci o quindici anni fa,» concludeva l’esperto consultato e che non era membro dell’Accademia «si sarebbe potuto certo prendere in considerazione la sua candidatura, ma attualmente è impossibile.» La sua attività politica tale quale si era manifestata, specialmente nel campo della cultura del suo paese, non ispirava a quell’esperto più fiducia di quanta gliene ispirasse la sua ‘personalità ambigua’, e inoltre la sua vena di scrittore gli sembrava da tempo esaurita. Insomma la candidatura di Gor’kij doveva essere scartata; e lo fu.

Dieci anni dopo, nel 1928, fu consultato un altro esperto che, invece, non si mostrò disposto ad accettare senza riserve i severi giudizi del suo predecessore. Anton Karlgren, professore di lingua e letteratura russa all’Università di Copenhagen, non aveva trascurato di leggere le opere — soprattutto autobiografiche — che Gor’kij aveva pubblicato dopo la rivoluzione bolscevica del 1917, e non esitava a costatare una notevole rinascita dei suoi doni di scrittore. È vero che Gor’kij, fin dagli inizi, fece causa comune con il nuovo regime. Con grande zelo mise il proprio ingegno al servizio di una politica culturale per lo meno discutibile, pur continuando a dividere il suo tempo fra Capri — la residenza che preferiva da un quarto di secolo — e Leningrado o Mosca. Ma non riuscì mai a seguire alla lettera i precetti si Stalin, cioè a trasformarsi in ‘ ingegnere dell’anima umana ‘, come esigeva dai suoi poeti ufficiali il nuovo padrone di tutte le Russie. Per molto tempo Gor’kij fu giudicato troppo individualista, troppo incline a offrire sacrifici al culto del mužik sradicato, questo eterno vagabondo proveniente dalle campagne lontane ed entrato a far parte del proletariato delle grandi città, le cui elucubrazioni filosofiche o sentimentali, spiccando su uno sfondo molto cupo, avevano fruttato a Gor’kij i suoi primi successi mondiali. Fu solo verso il 1930, in occasione del suo sessantesimo compleanno, che le autorità sovietiche si accorsero che Gor’kij era una grandezza letteraria di prim’ordine adattissima a essere sfruttata a scopo di propaganda. Fecero allora di tutto per trattenerlo a Mosca, in una specie di prigionia dorata, fino alla morte.

Furono forse tutti gli onori ufficiali di cui Gor’kij fu colmato in vecchiaia — la sua installazione in un palazzo dello Stato, come una specie di pontefice delle lettere sovietiche, e la sua carica di supremo consigliere con poteri dittatoriali per gli affari culturali — a rendere perplessi i membri del Comitato Nobel. Conviene ricordare che essi sono stati sempre animati da un comprensibile, e perfettamente rispettabile, desiderio di evitare che il conferimento del premio Nobel avesse troppo l’aria di un partito preso politico, e anche di un’ingerenza negli affari interni di un altro paese. Questo criterio è stato certamente rispettato nel caso Gor’kij, nonostante il parere piuttosto favorevole dell’ultimo esperto consultato, e nonostante la simpatia manifestata da molti membri dell’Accademia Svedese per quella candidatura fin da quando fu proposta per la prima volta, nel 1918 — del resto da uno di quegli accademici. Infine, la candidatura di Gor’kij fu eliminata o rinviata ad calendas graecas, benché i suoi sostenitori ritornassero alla carica ogni anno fino alla morte, avvenuta nel 1936, del grande romanziere russo, considerato non senza ragione come il più ricco d’ingegno e il più originale dei successori di Tolstoj e Dostoevskij.


Gli Accademici Svedesi, conoscendo male o non conoscendo affatto gli scrittori russi affermatisi sotto la dittatura di Stalin, e desiderando, nonostante tutto, di rendere omaggio a una grande letteratura che fino ad allora non aveva ricevuto la consacrazione di un premio Nobel, dovettero ripiegare su uno scrittore russo che viveva e lavorava in esilio. Potevano scegliere fra due candidati: Ivan Bunin, giudicato dalla critica occidentale un degno emulo di Turgenev, e Dmitrij Merežkovskij, il quale era stato proposto contemporaneamente a Bunin ed era generalmente sostenuto dalle stesse personalità. Merežkovskij, romanziere e saggista, aveva anche il vantaggio di essere stato tradotto e di essere molto noto in Occidente, compreso il paese di Nobel, assai prima che qualcuno, a eccezione di una ristretta cerchia di specialisti di lingue slave, avesse mai sentito il nome di Bunin. In compenso, Bunin era sostenuto non soltanto da professori universitari esperti di letterature slave di vari paesi, ma anche dal nipote del fondatore del Premio, da Emanuel Nobel, amministratore degli stabilimenti Nobel in Russia fino alla caduta del regime zarista e leale esecutore delle ultime volontà dello zio, il cui famoso testamento era stato a lungo impugnato dagli altri eredi, membri della famiglia Nobel. Domiciliato a Parigi, dove continuava a mantenere strettissimi rapporti con la colonia di emigrati russi, questo grande signore della finanza internazionale era ogni anno ospite d’onore in tutte le cerimonie organizzate a Stoccolma per il conferimento dei premi Nobel. Bunin era indubbiamente uno dei suoi autori preferiti, ma Emanuel Nobe, non avendo voce in capitolo, lo propose per mezzo di alcuni amici letterati, francesi e russi.

È vero che gli inizi della carriera letteraria di Bunin erano passati quasi inosservati alla grande massa dei lettori nella Russia di prima della rivoluzione, ma egli aveva già scritto opere apprezzabili — e molto apprezzate dai critici — in versi e in prosa, quando nel 1920 andò volontariamente in esilio e si stabilì in Francia, dapprima a Parigi e poi a Grasse, nella Francia meridionale. Morì a Parigi nel 1953. È stato attraverso le traduzioni francesi e per merito di critici francesi attenti che i suoi principali romanzi sono stati conosciuti all’estero: Derevnia (« Il villaggio »), Gospodin iz San Francisko (« Il signore di San Francisco »), Mitina Ljubov (« L’amore di Mitja »). Quest’ultimo fu scritto in Francia, ma pubblicato e letto, come la maggior parte delle sue opere, anche nella Russia sovietica, dove la critica ha sempre tenuto Bunin in grande stima. « È stato il sentimento d’amore per la patria a fare di questo romanzo l’opera fondamentale di Bunin agli occhi degli emigrati » ha scritto un articolista di Mosca a proposito dell’Amore di Mitja. Anche Gor’kij, dall’alto del suo trono di ‘ principe reggente della letteratura proletaria ‘ (come qualche volta è stato chiamato), nel rapporto sulla letteratura russa anteriore alla rivoluzione da lui presentato al primo Congresso degli scrittori sovietici, ha generosamente concesso a Bunin un posto accanto e al seguito di Čechov quale rappresentante di un ‘ realismo critico ‘ che, certo, denunciava la grave situazione sociale del paese, ma non proponeva nessun rimedio come invece avrebbe immancabilmente fatto il ‘ realismo socialista positivo e costruttore ‘ del nuovo regime progressista.

Ed ecco la conclusione dell’esperto consultato dal Comitato Nobel — lo stesso che aveva dato il giudizio definitivo su Gor’kij — per quanto concerne Ivan Bunin:
« Sia o no noto alla grande massa dei lettori, la sua posizione di scrittore di prim’ordine fra i contemporanei resta acquisita. È vero che il suo talento ha dei limiti. Non è un gigante della letteratura, non è paragonabile ai grandi narratori russi del secolo scorso che avevano una conoscenza universale dell’uomo e della condizione umana; ma tuttavia è l’erede legittimo del classicismo russo di cui ha sensibilmente arricchito il patrimonio con contributi certamente solidi e durevoli più che brillanti e fastosi. Nella sua opera si conclude il canto fermo e sinfonico della grande orchestra classica russa, con un accordo finale forse un po’ gracile, ma cristallino, molto bello e profondamente commovente ».

Sembra che il rivale di Bunin più favorito fosse Kostes Palamas, il nuovo Omero greco, benché fra i candidati in lista per il 1933 ci fosse di nuovo Paul Valéry. Quell’anno l’autore di Charmes era stato proposto da non meno di diciotto membri dell’Accademia Francese e da altrettanti professori di storia letteraria, che rappresentavano tutte le università francesi. Qualcuno probabilmente si attendeva che l’Accademia Svedese si lasciasse impressionare da una tale manifestazione collettiva, paragonabile a quella che, cinque anni prima, aveva vinto le ultime resistenze e portato alla premiazione di Henri Bergson. Ma nel caso di Valéry non fu affatto così: le conclusioni degli esperti chiamati a decifrare una poesia giudicata di gran classe, ma assai ermetica per i lettori comuni, furono ancora una volta negative.

Altri due francesi erano compresi nell’elenco dei candidati: il vecchio J. – H. Rosny senior patrocinato dal presidente Rajmond Poincaré e da Maurice Maeterlinck, e — per la prima volta — il grande erudito Joseph Bédier, che si era rivelato anche grande poeta nella magistrale versione, che dobbiamo augurarci definitiva, del  Roman de Tristan et Iseult. Joseph Bédier era stato proposto dal professor Schϋck, che era anch’egli un ardito pioniere e aveva aperto nuove vie allo studio della storia letteraria del Medioevo. Per la prima volta erano in elenco anche un poeta ebreo, Chain Nachman Bialik, rappresentante del nuovo Stato d’Israele, e il nuovo astro della Cecoslovacchia, Carel Čapek. I paesi scandinavi erano rappresentati dal norvegese Olav Duun, dal danese Johannes V. Jensen, e dal finlandese F. E. Sillanpää. Gli ultimi due ebbero in seguito il premio Nobel.

L’assegnazione del Premio Nobel a Ivan Bunin non fece grande rumore nel mondo, nonostante la sorpresa suscitata quasi dovunque e che non fu minore in Svezia, dove Gor’kij e Merežkovskij avevano sostenitori eloquenti ed entusiasti. D’altronde, i commenti furono improntati a benevola indifferenza, tranne — fatto assai curioso — in Italia, dove la stampa di stretta osservanza mussoliniana dichiarava esplicitamente che sarebbe stato preferibile premiare un rappresentante della letteratura ben viva e dinamica della nuova Russia piuttosto che un poeta moribondo e decadente del passato regime, se pure doveva essere onorata la patria di Tolstoj e di Dostoevskij, e non l’Italia di Gabriele D’Annunzio.

Invece  in Francia, patria adottiva del nuovo laureato, la notizia del conferimento del Premio fu accolta con il massimo calore e la massima comprensione. L’Echo de Paris, Le Petit Parisien, L’Excelsior, L’Intransigeant, insomma quasi tutti i grandi giornali di Parigi, pubblicarono articoli di elogio su Bunin e sulla sua opera, che veniva accostata volentieri a quella di Turgenev, altro gentiluomo di campagna imbevuto di cultura occidentale e innamorato del fascino della vecchia Russia. Ma nell’opera di Bunin, e specialmente nelle crude rappresentazioni della vita dei contadini, i critici francesi scoprivano anche una certa parentela con i migliori romanzi di alcuni scrittori regionali della Francia, quali Maurice Genevoix e Alphonse de Chateaubriant. Le Temps, organo ufficioso del Quai d’Orsay, ebbe anche qualche frase molto gentile nei riguardi dell’Accademia Svedese: « Bisogna congratularsi con la giuria svedese di aver riparato a una ingiustizia verso le lettere russe e di avere fatto inoltre un’ottima scelta » . Alla grande serata organizzata al Théatre des Champs-Elysées dalla colonia russa a Parigi per festeggiare il conferimento del Premio a Bunin, le lettere francesi erano abbondantemente rappresentate, e anche l’Accademia Francese, dai fratelli Tharaus,o da uno di essi.

A Stoccolma la nobile figura di Bunin fece una grande e buona impressione. Per l’errore di un’agenzia di vagoni-letto, lo scrittore e sua moglie rischiarono di passare l’ultima notte del loro viaggio verso la Svezia seduti in uno scompartimento comune, ma due svedesi, per deferenza verso un premio Nobel, gli cedettero i loro posti. All’arrivo, Bunin fu ricevuto da una delegazione della colonia russa di Stoccolma che gli offrì, su un piatto d’argento, pane e sale — gesto di accoglienza ospitale, tradizionale nella campagna russa, e che commosse vivamente lo scrittore. Dalle finestre del Grand Hôtel l’esule a vita poteva abbracciare con lo sguardo il panorama di una città che gli appariva familiare: tanto quelle rive coperte di neve, su cui si affacciavano antichi palazzi, gli ricordavano la Pietroburgo dei suoi anni felici. Ai giornalisti espresse con molta franchezza i sentimenti di orrore che gli ispiravano i nuovi padroni del suo paese natio e non dissimulò neanche il suo disprezzo per la letteratura sovietica asservita a un regime abbietto, una letteratura che tuttavia confessava di conoscere molto poco e per sentito dire. Non c’è da stupirsi che la signora Alexandra Kollontay, affascinante vecchia dama, molto colta, improvvisamente, colpita da una malattia acuta che quell’anno le impedì di assistere alle varie feste per il premio Nobel, benché l’onore toccasse a un suo connazionale. Quanto al palco ornato di fiori del Palazzo dei Concerti, dove avviene la distribuzione dei Premi, il centenario della nascita di Alfred Nobel servì di pretesto per decorarlo esclusivamente di bandiere svedesi, il che permise al capo del protocollo di evitare la spinosa scelta fra la bandiera tricolore zarista e la bandiera rossa con la falce e martello per onorare lo scrittore, essendo regola che le bandiere nazionali di tutti i paesi rappresentati da ogni singolo premiato figurino nella panoplia.

Per Hallström, divenuto segretario permanente dell’Accademia Svedese dopo la morte di Karlfedt, premio Nobel 1931, rivolse in francese il discorso direttamente al premiato, dopo averne illustrato l’opera con un linguaggio scelto. Bunin, disse il portavoce del Comitato Nobel, doveva la sua celebrità soprattutto al romanzo Il villaggio, che aveva incontrato una viva opposizione, e non senza motivo. In quel romanzo l’autore attaccava una idea particolarmente cara agli slavofili benpensanti: il sogno della nobiltà spirituale e dell’invincibile forza dei contadini russi, a opera dei quali la razza slava doveva un giorno conquistare il ondo. In verità Bunin si era allontanato molto dalle credenze tolstoiane professate in gioventù. Ma, concluse l’oratore: « ha conservato gelosamente il suo amore per la terra russa, e nessuno ha dipinto la terra russa con colori più seducenti. Si ha l’impressione che si sia dedicato a questo lavoro di paesaggista raffinato per difendersi contro se stesso, per poter respirare di nuovo, dopo aver visto e subito tante brutture e ingiustizie ».

Nel suo discorso di ringraziamento, pronunciato in un francese corretto, con un forte accento russo, durante il banchetto che seguì alla solenne cerimonia della consegna dei Premi e che quell’anno ebbe eccezionalmente luogo nel giardino d’inverno del Grand Hôtel, Bunin non mancò di sottolineare la sua condizione precaria di apolide, osservando:

«È la prima volta, da quando il premio Nobel esiste, che viene conferito a un rifugiato ». Dopo aver reso un vibrante omaggio non solo alla Svezia, dispensatrice disinteressata di gloria, ma anche all’ospitale Francia « paese al quale non saprò mai dire tutta l mia gratitudine », concluse con questa bella perorazione:

« Altezze, signore, signori, ci sono certamente fra voi persone di diverse idee politiche, filosofiche e religiose, ma nonostante tutte queste divergenze di opinioni c’è una cosa che ci unisce tutti strettamente: è quella stima per la libertà dello spirito, quell’amore della libertà di coscienza che è patrimonio comune dell’intera umanità, la base essenziale della nostra civiltà ».



Un brevissimo filmato, muto, di Ivan Bunin dopo il suo arrivo a Stoccolma per la Cerimonia del conferimento del Premio Nobel svoltasi il 10 Dicembre 1933

Un filmato di Ivan Bunin in una strada di Parigi, in cui dichiara di sperare di poter arrivare in Svezia per ricevere il Premio Nobel



  



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Messaggio «IVAN BUNIN CHE SCONVOLGE L’ANIMO» 
 
Discorso ufficiale di Per Hallström per il conferimento del premio Nobel a Ivan Bunin

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Sire,
Eccellenze,
Signore,
Signori,

l’opera letteraria di Ivan Bunin presenta uno sviluppo di una grande semplicità.

    Discendente da una famiglia di proprietari appartenenti alla nobiltà, Bunin crebbe seguendo le tradizioni letterarie del tempo in cui quella classe sociale dominò la cultura russa, creò una letteratura che occupa un posto d’onore nell’Europa contemporanea e suscitò fatali movimenti politici. La generazione successiva chiamava ironicamente ‘ i signori dalla coscienza scrupolosa ‘ questi uomini che, pieni di indignazione e di pietà, avevano reagito contro il trattamento umiliante cui venivano sottoposti i contadini ridotti a servi della gleba. Avrebbero potuto meritare un nome ancora più bello, dato che ben presto dovettero pagare con il proprio benessere lo sconvolgimento che avevano provocato.

    Al giovane Bunin rimaneva soltanto qualche resto del patrimonio familiare, e fu attraverso il legame della poesia che egli poté sentirsi unito alle generazioni passate. L’atmosfera nella quale viveva era piena delle sue deboli illusioni, mancando un sentimento nazionale e una speranza nel futuro. Nonostante tutto, Bunin non sfuggì all’influenza del movimento sorto in favore di una riforma e da studente fu profondamente colpito dall’appello di Tolstoj che proclamava la fraternità con gli umili e i poveri. Perciò imparò, come gli altri, a vivere del lavoro delle proprie mani e, da parte sua, scelse il mestiere del bottaio presso un correligionario che amava molto le discussioni. (Avrebbe potuto tentare un mestiere meno difficile: le doghe si separano facilmente e bisogna che siano ben connesse perché la botte non perda.)

    Come guida attraverso dottrine di tendenza spiritualistica trovò un uomo che lottava con vacillante energia contro le bramosie della carne: ed infatti il regime vegetariano faceva parte del suo insegnamento. Durante un viaggio fatto con lui per andare da Tolstoj — per essere presentato al maestro — Bunin ebbe occasione di essere spettatore delle vittorie e delle disfatte della sua guida. Le vittorie ebbero come sfondo qualche buffet  di stazione, ma poi la tentazione dei pâtés di carne divenne troppo forte. Finito di mangiare, l’uomo scusò in modo ingegnoso le sue debolezze personali: « Eppure io so che non sono i pâtés a tenermi in loro potere, ma viceversa, sono io che li tengo in mio potere. Non sono schiavo loro: mangio quando voglio; quando non voglio non mangio ».

    Va da sé che il giovane studente non volle restare a lungo in simile compagnia.
    Tolstoj stesso non diede grande importanza allo zelo religioso di Bunin: « Lei vuole vivere una vita semplice e laboriosa? Va bene, ma non ne faccia una pedanteria. In qualunque forma di vita si può essere uomini eccellenti ». Sull’attività di poeta gli disse: « Ebbene, scriva pure, se ne ha gran voglia, ma si ricordi bene che questo non può essere lo scopo della sua vita ».

    Quest’ammonimento fu sprecato per Bunin: egli era già poeta con tutto il suo essere.

    Molto presto si fece notare per alcuni versi composti seguendo gli austeri modelli classici e in cui erano frequenti le descrizioni, piene di malinconica bellezza, della vita di un tempo e dei vecchi manieri. Nello stesso tempo, in alcuni poemi in prosa, sviluppò il suo naturale dono di rappresentare le bellezze della natura con tutta l’ampiezza e la ricchezza delle impressioni personali. Così egli continuava l’arte dei grandi realisti, mentre gli scrittori del suo tempo si lanciavano nell’avventura con le nuove scuole letterarie: il simbolismo, il neonaturalismo, l’adamismo, il futurismo e altri ‘ ismi ‘ designanti quelle mode passeggere. Era dunque un solitario in un’epoca estremamente movimentata.

    Raggiunse la celebrità verso i quarant’anni, col romanzo "Il villaggio", e nel modo più decisivo, perché il libro suscitò violente discussioni. Bunin attaccava l’essenza stessa della fede russa nel futuro, il sogno degli slavofili circa le virtù e le possibilità dei contadini, in virtù delle quali la razza un giorno avrebbe coperto il mondo con la sua ombra. Bunin rispose a questa tesi con una descrizione oggettiva della reale natura di quella virtù. Il risultato fu una delle opere più cupe e più crudeli di tutta la letteratura russa, che pure abbonda di opere simili.

    L’Autore non dà nessuna spiegazione storica della decadenza dei mužikì, tranne un episodio molto breve in cui il nonno dei due personaggi principali del romanzo è deliberatamente assalito a morte dai levrieri del suo padrone. Infatti questo episodio esprime bene quale poteva essere lo stato d’animo degli oppressi. Ma Bunin li rappresenta quali erano senza esitare davanti a nessun orrore, e gli fu facile dimostrare la legittimità del suo giudizio severo. Un torrente di violenze crudelissime aveva inondato la provincia, seguendo le orme della prima rivoluzione, preannuncio di un altro torrente che doveva arrivare.

    Nelle traduzioni il libro, in mancanza di altre definizioni, è chiamato romanzo, ma in realtà corrisponde poco a questo genere letterario. Consiste infatti in una serie di episodi tumultuosi di esistenze mediocri, nei quali l’Autore ha dato importanza soprattutto alla verità dei particolari. Del resto la critica non discusse quei particolari, ma lo spirito con cui essi vennero scelti, a quanto può giudicare uno straniero. In seguito gli avvenimenti hanno ridato nuova vita a questo libro che agli occhi dei russi — tanto di quelli emigrati che di quelli rimasti nel loro paese — resta un’opera classica, il modello di un’arte ferma, concentrata e sicura.

    Le descrizioni dei villaggi riapparvero in molti altri scritti più brevi, talvolta dedicati al sentimento religioso che, agli occhi di una generazione entusiasta, faceva dei mužikì un popolo pieno di promesse. Secondo la spietata analisi dello scrittore, la pietà redentrice del mondo si riduceva agli istinti anarchici e a una compiaciuta umiliazione di se stessi, tratti fondamentali, secondo Bunin, dello spirito russo. Egli si era molto allontanato dalla fede tolstoiana della sua giovinezza. Ma ne aveva conservato qualche cosa: il suo amore per la terra russa. Comunque, non ha mai dipinto i suoi meravigliosi paesaggi con un’arte così grande quanto quella che c’è in alcuni di quei racconti. Si direbbe che ha agito così per difendersi, per poter respirare ancora liberamente, dopo aver visto e subito tante brutture e ingiustizie.

    Simmetrico del "Villaggio", benché frutto di un’altra ispirazione, appare "Suchodol" ( « Valsecca » ), il breve romanzo di un maniero. L’autore non rappresenta in esso il presente, ma la vita al tempo della dominazione dei proprietari terrieri, attraverso i ricordi che una vecchia serva ha dei giorni vissuti nella casa dove l’Autore aveva trascorso l’infanzia. Neanche in quest’opera c’è ottimismo: i padroni della vecchia serva sono tanto poco dinamici, tanto incapaci di assumere le proprie responsabilità verso se stessi e i propri dipendenti quanto può desiderarlo l’accusatore più severo. In questo libro si trova la maggior parte degli argomenti in favore del popolo che l’Autore ha passato sotto silenzio nel "Villaggio".

    Nonostante tutto, il quadro appare ora sotto tutt’altra luce: è pieno di poesia. Questo dipende in parte dal fatto che la morte ha, in qualche modo, riconciliato il passato col presente, e dal fascino della dolce visione che la serva dà di un mondo singolarmente confuso e cangiante in cui tuttavia si è consumata la sua giovinezza. La poesia è dovuta soprattutto alla potenza della fantasia dell’Autore, alla sua capacità di dare al libro, con un’intensa concentrazione, la ricchezza della vita. "Valsecca" è un’opera letteraria di un livello molto alto.

    Negli anni precedenti la Guerra Mondiale, Bunin fece lunghi viaggi nei paesi mediterranei e in Estremo Oriente, attingendovi gli argomenti di una serie di racconti esotici, a volte ispiratigli dal mondo spirituale indiano tutto impregnato di abnegazione, ma più spesso dal nettissimo contrasto fra l’Oriente sognatore e l’Occidente materialista e duro. Scoppiata la guerra, quegli studi sulla mentalità dei globe-trotters moderni nel quadro della tragedia mondiale diedero origine a un racconto che divenne la sua opera più celebre: Il signore di San Francisco.

    Com’è sua abitudine, in questo libro Bunin semplifica all’estremo l’argomento, limitandosi a sviluppare l’idea principale per mezzo di tipi piuttosto che di personaggi reali. In questo racconto pare avere uno speciale motivo per seguire questo metodo: sembra che abbia paura di accostarsi troppo alle sue figure, perché suscitano in lui indignazione e odio. Del protagonista, il multimilionario americano che, dopo aver corso tutta la vita dietro al denaro, se ne va per il mondo cercando di ravvivare la coscienza, che egli ha, della propria potenza e di rianimare la sua avidità di piaceri senili, l’Autore si occupa solo per mostrare in quale pietoso modo soccomba, come una bolla che scoppia. È un po’ come se il mondo pronunziasse senza pietà il suo giudizio contro di lui. Invece del ritratto di un uomo spregevole e insignificante, nel racconto l’Autore ci dà, con arte singolarmente sicura, un quadro del destino ostile a quest’uomo, senza alcuna allusione mistica, e questo quadro delle forze della natura alle prese con la vanità umana resta strettamente oggettivo. Tuttavia il sentimento mistico viene suscitato nel lettore e viene reso più intenso dalla potenza dello stile. Il signore di San Francisco fu subito considerato un capolavoro, ma era anche altro: il presagio di un crepuscolo della civiltà, la condanna dei grandi responsabili di un dramma provocato in parte dalla degradazione della cultura umana.

    Le conseguenze della guerra allontanarono l’Autore dalla sua patria, che pure amava tanto, e anzi parve che per lo shock provato egli non dovesse più scrivere. Ma la patria perduta sopravvisse, doppiamente cara, nella sua memoria, e il rimpianto gli ispirò una pietà ancora maggiore per gli uomini. Talvolta gli capita ancora di rappresentare il suo nemico personale, il mužik con una cupa chiaroveggenza dei suoi difetti e dei suoi vizi, ma talvolta si intenerisce. Dietro l’aspetto ripugnante scorge allora l’elemento umano indistruttibile che non può essere considerato una virtù, ma una forza della natura, una riserva di vaste possibilità. « Un albero di Dio; » così si definisce uno di essi «vivo come Dio ordina: dove va il vento, lì sono io. »

    È in questo modo che Bunin per il momento si è congedato da essi. Dall’inesauribile tesoro costituito dai suoi ricordi ha dunque potuto, di nuovo, attingere la gioia e il desiderio di creare. Ha dato colore e splendore a nuovi destini russi, concepiti in un’austerità pari a quella dell’epoca che aveva egli stesso vissuto. Nell’ "Amore di Mitja" Bunin ha analizzato i sentimenti di un giovane con tutta la maestria di uno psicologo che sa rendere meravigliosamente le proprie impressioni. Il libro suscitò grande interesse in Russia, benché significasse il ritorno alle tradizioni letterarie che, come molte altre cose, sembravano definitivamente condannate. In ciò che è stato pubblicato della "Vita di Arsen’ev", romanzo in parte autobiografico, Bunin ha descritto la vita russa, con maggiore ampiezza che mai: in questo libro vi è la piena affermazione della sua superiorità come pittore delle bellezze della terra russa.

    Che a Bunin spetti un posto nella storia della letteratura russa è cosa da molto tempo ammessa e riconosciuta quasi senza discussione. Egli ha continuato la grande e brillante tradizione dell’Ottocento dandole tutto lo sviluppo possibile. Nelle sue opere concentrazione e ricchezza di espressione si alleano a una precisione quasi unica nell’osservazione portata fino alla perfezione. Con un’arte fra le più rigorose, ha resistito alla tentazione di cedere al fascino delle parole; benché poeta lirico della natura, non ha mai abbellito ciò che vedeva, ma l’ha reso con la massima fedeltà. Alla sua lingua semplice ha aggiunto un fascino che, secondo le testimonianze dei suoi connazionali, ne ha fatto un elisir di cui ogni goccia diventa un godimento, e questo fascino si può spesso sentire anche nelle traduzioni. È questo il dono essenziale e segreto che conferisce a ogni sua opera il carattere di un capolavoro letterario.

  



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Messaggio «IVAN BUNIN CHE SCONVOLGE L’ANIMO» 
 
Aleksandr Baborèko Александр Бабореко
«BUNIN: BIOGRAFIA»
«БУНИН. ЖИЗНЕОПИСАНИЕ»
Serie «Vita degli Uomini Eccellenti» («Жизнь Замечательных Людей»)
Casa Editrice «Molodaja Gvardia» Mosca 2010 (Pagine 457)
Издательство «Молодая Гвардия» Москва 2010

La vita di Ivan Bùnin, il prosecutore della tradizione pushkiniana nella letteratura russa, Premio Nobel, l’uomo che insieme alla Russia soffrì i «giorni dannati» («окаянные дни») del colpo di stato d’ottobre e poi metà della vita vissuto in terra straniera e sepolto al cimetière communal de Sainte-Geneviève-des-Bois, continua a turbare e sconvolgere le menti e le coscienze dei lettori contemporanei. Le opere letterarie di Ivan Bùnin sprofondano nella lettura gli uomini di tutte le età e di tutte le nazionalità.
Aleksandr Baborèko (Александр Бабореко), il noto ricercatore della vita di Ivan Bunin. Nel corso di alcune decine di anni di lavoro proficuo, lui raccolse un'enorme quantità di documenti d'archivio poco conosciuti, di lettere, diari e ricordi i quali senz’altro aiuteranno i lettori a capire meglio questo grande scrittore.



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Descrizione: Aleksandr Baborèko
«BUNIN: BIOGRAFIA»
Serie «Vita degli Uomini Eccellenti»
Casa Editrice «Molodaja Gvardia» Mosca 2010 (Pagine 457) 
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BUNIN BIOGRAFIA 1.jpg
Descrizione: Aleksandr Baborèko
«BUNIN: BIOGRAFIA»
Serie «Vita degli Uomini Eccellenti»
Casa Editrice «Molodaja Gvardia» Mosca 2010 (Pagine 457) 
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Zarevich
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Messaggio «IVAN BUNIN CHE SCONVOLGE L’ANIMO» 
 
G.Sìmonov e L.Kovaliòva-Ogoròdnikova
Г.Симонов и Л.Ковалёва-Огороднова
«BUNIN E RACHMANINOV: EXCURSUS BIOGRAFICO»
«БУНИН И РАХМАНИНОВ: БИОГРАФИЧЕСКИЙ ЭКСКУРС»
Casa Editrice «Russkij put’» Mosca 2006 (Pagine 320)
Издательство: «Русский путь» Москва 2006

Il presente libro secondo i suoi autori è il modesto risultato delle ricerche biografiche, la digressione storica, le osservazioni della vita e degli incontri di Ivan Bunin e Serghej Rachmaninov. In questo libro sono pubblicate per la prima volta i frammenti delle corrispondenze della figlia di Rachmaninov con la moglie di Bunin.
Ivan Bunin non scrisse mai la musica, ma ne aveva un'alta considerazione, considerandola una forte arte sensitiva. Serghej Rachmaninov amava la poesia ed una volta persino scrisse i versi liberi:

Что такое музыка?! = Che cosa è la musica?!
Это тихая лунная ночь; = E’ una notte di luna silenziosa;
Это шелест живых листьев; = E’ il sussurro delle foglie vive;
Это отдалённый вечерний звон; = E’ il lontano rintocco serale;
Это то, что родится от сердца и идёт к сердцу; = E’ quello che nasce dal cuore e va al cuore;
Это любовь! = E’ l’amore!
Сестра музыки это поэзия, а мать её — грусть! = La sorella della musica è la poesia, ma sua madre è la tristezza!

Queste righe stimolarono l'idea della creazione del libro su due grandi artisti russi.

Questo libro è un'esperienza interessante e su molte cose felice della biografia parallela di due artisti. Ma perché proprio Bunin e Rachmaninov? Forse perché loro conclusero l'epoca classica della letteratura e della musica russa. Creando nello spirito della continuazione delle principali tendenze dell’arte russa, Bunin e Rachmaninov manifestarono quella riforma dei principi posati nell’arte contemporanea la quale non sterminava la classica, ma la continuava.
Sia Bunin che Rachmaninov adoravano Lev Tolstoj. Ambedue lo conoscevano personalmente. Bunin e Rachmaninov erano entrambi bersaglio di critiche da parte dei modernisti. Ambedue dopo la rivoluzione d’ottobre capitarono in terra straniera dove sentivano la nostalgia della Patria, argutamente soffrirono il loro destino negli orribili anni della guerra. Questa comunanza stava alla base dell’amicizia dei due grandi artisti russi.



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Descrizione: G.Sìmonov e L.Kovaliòva-Ogoròdnikova
«BUNIN E RACHMANINOV: EXCURSUS BIOGRAFICO»
Casa Editrice «Russkij put’» Mosca 2006 (Pagine 320) 
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Descrizione: Serghej Rachmaninov e Ivan Bunin 
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Zarevich
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Messaggio «IVAN BUNIN CHE SCONVOLGE L’ANIMO» 
 
Ivan Bunin: Rachmaninov


"Durante il mio primo incontro con lui a Yalta accadde tra di noi qualcosa di simile a quello che succedeva allora solo negli anni romantici della giovinezza di Herzen, Turgenev, quando la gente poteva passare notti intere in conversazioni sulla bellezza, l’eternità, sulla sublime arte. In seguito, fino alla sua partenza definitiva per l'America, ci incontrammo di tanto in tanto molto amichevolmente, ma non come in quell’incontro, quando, dopo aver parlato per quasi  tutta la notte sulla spiaggia, lui mi abbracciò e disse: "Saremo amici per sempre!" Molto diverse erano le nostre vite, il destino ci separava, i nostri incontri erano sempre occasionali, spesso di breve durata, e c’era, mi sembra, in generale una grande riservatezza nel carattere del mio grande amico. Ma quella notte eravamo ancora giovani, e lungi dall'esser riservati, chissà come all’improvviso ci eravamo avvicinati dalle prime parole che ci eravamo scambiati nella alta società che si era riunita, non ricordo perché, in una allegra cena nel migliore hotel di Yalta, "Russia". A cena eravamo seduti insieme, bevevamo champagne Abrau-Durso, poi uscimmo sulla terrazza, proseguendo il discorso su quella decadenza della prosa e della poesia che stava accadendo in quel momento nella letteratura russa, senza accorgercene scendemmo nel cortile dell’hotel, poi sul lungomare, ci allontanammo fino al molo, - era già  tardi, non si vedeva un'anima, - ci sedemmo su alcune gomene, respirando l'odore del catrame e di quella freschezza molto particolare che è caratteristica solo delle acque del Mar Nero, e parlammo, parlammo con calore e con gioia di quel meraviglioso che ricordavamo da Pushkin, Lermontov, Tjutcev, Fet, Majkov ... Lì, eccitato, lentamente cominciò a leggere quella poesia di Majkov sulla quale egli, forse, aveva allora già scritto, o semplicemente sognava di scrivere una musica: "


Я в гроте ждал тебя в урочный час.
    Nella grotta t’aspettavo all'ora stabilita.
Но день померк; главой качаясь сонной,
    Ma il giorno impallidì, il capo sonnolento dondolando,
Заснули тополи, умолкли гальционы, —
    S’assopirono i pioppi, s’acquietarono gli alcioni, —
Напрасно!.. Месяц встал, сребрился и угас;
    Invano! La luna si levò, brillò e si spense;
Редела ночь; любовница Кефала,
    Diradò la notte; l’amante di Cefalo,
Облокотясь на рдяные врата
    Appoggiata al portone scarlatto
Младого дня, из кос своих роняла
    Del giovane giorno, dalle sue trecce lasciava cadere
Златые зерна перлов и опала
    Grani d’auree perle e opali
На синие долины и леса, —
    Sull’azzurre valli e sui boschi, —
Ты не являлась…
   Tu non venisti...




(traduzione di Lev N. Myshkin)


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Messaggio «IVAN BUNIN CHE SCONVOLGE L’ANIMO» 
 
Un'altra famosa testimonianza dei rapporti di amicizia e artistici che legarono queste due stelle della scena artistica degli inizi del XX secolo.
Si tratta di una romanza scritta da Sergej Rachmaninov nel 1906 sui versi di una poesia di Ivan Bunin, "Triste è la notte". Dedicata, come l'altra sua romanza "Presso la mia finestra”, ad Arkadij Michajlovič Kerzin (Аркадий Михайлович Керзин) e a sua moglie Marija Semjonovna.
L’avvocato di Mosca A. M. Kerzin e sua moglie  furono gli organizzatori di un famoso circolo di amanti della musica agli inizi del XX secolo.

НОЧЬ ПЕЧАЛЬНА
    TRISTE È LA NOTTE

Музыка С. Рахманинова
    Musica di Sergej  Rachmaninov
Слова И. Бунина
    Parole  di Ivan Bunin

Ночь печальна, как мечты мои…
    Triste è la notte, come i sogni miei...
Далеко, в глухой степи широкой,
    Lontano, nella remota steppa sconfinata
Огонек мерцает одинокий…
    Una luce balugina solitaria ...
В сердце много грусти и любви.
    Nel cuore tanta tristezza e amore.

Но кому и как расскажешь ты,
    Ma a chi e come racconterai,
Что зовет тебя, чем сердце полно?
    Che ti chiama, di cosa il cuore è colmo?
Путь далек, глухая степь безмолвна,
    Il lungo cammino, la remota steppa silenziosa,
Ночь печальна, как мои мечты.
    Triste è la notte, come i sogni miei.

Иван Алексеевич Бунин, 1900
    Ivan Alekseevič Bunin, 1900

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Messaggio «IVAN BUNIN CHE SCONVOLGE L’ANIMO» 
 
Myshkin, "Triste è la Notte" è la tua traduzione?
  



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Messaggio «IVAN BUNIN CHE SCONVOLGE L’ANIMO» 
 
Sì, è il mio umile tentativo.. visto che non ne avevo sottomano uno più autorevole  Smile

So di non essere all'altezza di tradurre poesie, ma almeno spero che possa rendere un po' il senso per chi non capisce il russo...
  



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Messaggio «IVAN BUNIN CHE SCONVOLGE L’ANIMO» 
 
Infatti è molto bella - è che volevo farti i miei complimenti!  Wink
  



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Messaggio «IVAN BUNIN CHE SCONVOLGE L’ANIMO» 
 
Uf, grazie! proud
Temevo di aver scritto qualche grossa baggianata!  Embarassed
  



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Messaggio «IVAN BUNIN CHE SCONVOLGE L’ANIMO» 
 
Un'altra bella romanza di Rachmaninov sui versi di Ivan Bunin


«Я ОПЯТЬ ОДИНОК»
    «SONO DI NUOVO SOLO»

Музыка С. Рахманинова
    Musica di Sergej  Rachmaninov
Слова И. Бунина
    Parole  di Ivan Bunin

Как светла, как нарядна весна!..
    Com’è luminosa, com’è festosa la primavera! ..
Погляди мне в глаза, как бывало, и скажи:
    Guardami negli occhi, come solevi, e dimmi:
Отчего ты грустна, отчего ты так ласкова стала?
    Perché sei triste, perché sei così tenera ora?
О, молчи! Мне не надо признанья…
    Oh, taci! Non ho bisogno di confessioni ...
Я узнал эту ласку прощанья…
    Ho riconosciuto la carezza dell’addio ...
Я опять одинок!
    Sono di nuovo solo!



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Messaggio «IVAN BUNIN CHE SCONVOLGE L’ANIMO» 
 
«BUNIN SENZA LUCENTEZZA» «БУНИН БЕЗ ГЛЯНЦА»
Casa Editrice «AMPHORA» San Pietroburgo 2010 (Pagine 382)
Издательство «АМФОРА» Санкт-Петербург 2010

Bunin, una scheggia della grande tradizione. Uno dei primi nel «secolo di ferro» che trovò la risposta artistica del tempo dell’indifferenza e dell’illegalità senza freni. Bunin, sfregato tra le terribili correnti di amici e nemici, lui si sollevava come una cima sola apparentemente quasi ghiacciata, ma all'interno pronto a trasformarsi in un vulcano. Ivan Bunin, il grande scrittore russo. Qualsiasi ricordo di lui, sia serio, sia da poco, è necessario per il futuro. Il presente libro continua la buona tradizione e della serie della Casa Editrice di San Pietroburgo «AMPHORA» dedicata agli scrittori russi dei secoli XIX-XX «SENZA LUCENTEZZA».



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ivan_bunin 2.jpg
Descrizione: «BUNIN SENZA LUCENTEZZA»
Casa Editrice «AMPHORA» San Pietroburgo 2010 (Pagine 382) 
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ivan_bunin 2.jpg







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Zarevich
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