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La Principessa Zinaida Volkonskaja
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Messaggio La Principessa Zinaida Volkonskaja 
 
La Principessa Zinaida Aleksandrovna Volkonskaja - Княгиня Зинаида Александровна Волконская
Di Aleksej Kara-Murza

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Principessa Zinaida Aleksandrovna Volkonskaja (Dresda, 1789 – Roma, 1862), letterata, cantante, attrice, mecenate.
Nacque nel 1789 a Dresda dove il padre, il principe Aleksandr Michajlovič Belosel’skij (dal 1799 Belosel’skij-Belozerskij) era ambasciatore russo presso la corte di Sassonia. Nel 1792 la famiglia Belosel’skij si trasferì a Torino, dove di lì a poco V.Ja. Tatiščeva, prima moglie del principe e madre di Zinaida, si spense.

Il principe A.M. Belosel’skij-Belozerskij era tra i russi più colti  del suo tempo. Le sue opere filosofiche erano altamente apprezzate anche da Immanuel Kant, ed egli fu autore di versi in varie lingue, cultore di teatro e collezionista d’arte. Dopo la sua morte nel 1809, che arrecò grande dolore alla principessa  Zinaida, ella andò in moglie al principe Nikita Grigor’evič Volkonskij, aiutante di campo dello zar Alessandro I; nel 1811 ebbero un figlio, Aleksandr. Fino al 1817 la Volkonskaja visse all’estero, a Dresda, Praga, Vienna, Londra, Parigi. A Parigi mise in scena con grande successo l’opera di Rossini L’italiana in Algeri, dove interpretò il ruolo della protagonista. Il suo canto suscitò l’entusiasmo dello stesso Rossini e Mademoiselle Mars, la celebre attrice francese, rimpianse “che un simile talento scenico fosse toccato in sorte a una dama del gran mondo”. L’imperatore Alessandro I non approvava la passione per il teatro della Volkonskaja:

“La sincera devozione che nutro per Voi da tanti anni, mi impone di rammaricarmi del tempo che dissipate in occupazioni, a mio avviso, assai poco degne del vostro lignaggio”. Zinaida Volkonskaja fece ritorno in Russia nel 1817. Scrisse novelle di stampo romantico in francese. Apprezzando il suo talento, il noto letterato e storico S.P. Ševyrёv affermò in proposito:
“Possiede un amore infinito per l’arte. Se avesse scritto in russo fin dalla giovinezza, avremmo capito cosa s’intende per delicatezza ed estetismo. Sarebbe stata il Chateaubriand russo”.

Gli studi svolti, tra gli altri, da A. Trubnikov (“André Trofimoff”), P. Cazzola, M. Colagiovanni, I. Bočarov, Ju. Glušakova e altri hanno notevolmente approfondito il tema della permanenza di Zinaida Volkonskaja a Roma. La principessa giunse a Roma nel 1820 e affittò un grande appartamento al primo piano di Palazzo Poli (a tutt’oggi si è conservata una parte del cortile, compreso il muro attiguo alla celebre Fontana di Trevi).

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Palazzo Poli e la residenza di campagna della Volkonskaja, una villa a Frascati, divennero i “salotti russi” di Roma, dove si faceva musica, si declamavano versi, si allestivano opere e pièces russe. Habitué del primo “circolo russo”, negli anni 1820-22, furono lo scultore Samuil Ivanovič  Gal’berg, i pittori Sil’vestr Feodosievič Ščedrin e Vasilij Kondrat’evič Sazonov e l’architetto  Konstantin Andreevič Ton. Per il suo teatro privato Zinaida Volkonskaja compose il dramma musicale Giovanna d’Arco, ispirato alla Pulzella d’Orléans di Schiller, in cui interpretava il ruolo di protagonista; gli altri ruoli erano interpretati dai pittori russi, autori anche delle scenografie dello spettacolo. Gal’berg rammenta:

“Ne è autrice, compositrice e attrice una donna amabilissima, intelligentissima, buonissima, una donna dagli occhi incantevoli… Dopo che noi borsisti russi avemmo approfondito la nostra conoscenza con lei, prese a invitarci alle sue serate musicali, all’'Accademia', come si usa dire qui a Roma. Queste serate musicali poco a poco si sono trasformate in un’opera, e noi da spettatori siamo divenuti attori. I nostri ruoli, a dire il vero, sono alquanto modesti e facili: tutto ciò che ci tocca fare è stare sulla scena senza far rumore; ma a noi non riesce neppure quello, malgrado le nostre numerose prove”.

In una lettera ai genitori, Sil’vestr Ščedrin descrive così la festa per l’onomastico della Volkonskaja, nella villa di Frascati:
“Una delle sale era stata allestita alla maniera dell’antica Roma, ovunque erano stati disposti vasi, stoviglie in argento, lumi, tappeti e ghirlande, e il risultato era sfarzoso; gli uomini, abbigliati come antichi romani, hanno scortato la principessa nella sala; le signore cenavano alla romana distese su triclini attorno alla tavola, mentre i cavalieri, in costume da antico romano e con ghirlande sul capo, le servivano… Dopo cena si è fatto molto rumore, si sono declamati versi in suo onore, insomma vi era un’atmosfera di grande allegria”.
E sempre Ščedrin così ricorda la partecipazione dei membri del “circolo della Volkonskaja” a un carnevale:

“La principessa Zinaida Aleksandrovna Volkonskaja e tutti coloro che vivevano con lei si travestirono da gatti e riempirono una carrozza, dove anche in serpa e a cassetta i servi erano mascherati da gatti. Dietro, in un’altra carrozza, seguiva la comitiva composta da me, Gal’berg e Ton in costumi da cane; queste inedite maschere attiravano l’attenzione di tutti e al nostro passaggio si levavano grida e risate”.

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Nel 1822 la principessa tornò a Pietroburgo, dove si occupò attivamente di letteratura; nel 1824 si trasferì a Mosca e Puškin, Vjazemskij, Baratynskij, Ševyrёv, i fratelli Kireevskij, Venevitinov, Jazykov, Del’vig, Čaadaev, Kjuchel’beker, Mickiewicz divennero assidui frequentatori del suo famoso “salotto sulla  Tverskaja” a Palazzo Belosel’skij-Belozerskij (al suo posto si trova oggi il negozio Eliseev). Proprio alla Volkonskaja nel 1827 Puškin dedicò celebri versi (Alla principessa Z.A. Volkonskaja, nell’inviarle il poema “Gli Zingari”):

Regina delle muse e di beltà,
con la tenera mano tu reggi
il magico scettro dell’ispirazione,
e sulla tua fronte pensosa,
cinta una duplice corona,
si libra e arde il genio.


Ammiratore della principessa fu anche il poeta D.V. Venevitinov:

Incantatrice! Del favoloso paese
Tu canti dolcemente le malia,
e della patria ardente la bellezza!
Come ho amato i tuoi ricordi
come bramavo le parole tue
e sognavo l’ignota terra!
Ci inebriavi di quell’aria mirabile
Che con passione alitano le tue parole!
Il colore del firmamento che a lungo
Mirasti, ci restituisci nel tuo sguardo.


Dopo l’insurrezione decabrista del 1825, la Volkonskaja non esitò a esprimere coraggiosamente la sua solidarietà alla cognata Marija Nikolaevna Volkonskaja, moglie del generale Sergej Grigor’evič Volkonskij, deportato in Siberia. Ricorda Marija Volkonskaja:
“Conoscendo la mia passione per la musica, ella (Zinaida Volkonskaja) invitò tutti i cantanti italiani che allora si trovavano a Mosca… Il magnifico canto italiano mi estasiò e il pensiero che quella sarebbe stata l’ultima volta che l’ascoltavo, lo rese ancora più meraviglioso”.
L’atteggiamento “frondista” del salotto moscovita della Volkonskaja attirò l’attenzione del governo. Un agente riferì al capo della gendarmeria, conte von Benkendorf:
“tra le signore le più faziose e sempre pronte a far a pezzi il governo ci sono la Volkonskaja e la generalessa Konovnicyna (madre dei due noti fratelli decabristi)”.

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La Volkonskaja decise di abbandonare la Russia e di andare in Italia. Per la sua partenza, il poeta Evgenij Baratynskij scrisse questa “dedica” (Alla principessa Z.A. Volkonskaja, 1829):

Dal regno del whist e dell’inverno
Dove, sotto il loro ministero,
l’atmosfera e gl’ingegni
stringe un freddo costante,
dove la vita è un greve sonno,
ella s’affretta verso il Sud mirabile,
sotto la volta d’Ausonia
ispirata e voluttuosa
dove tra il fogliame, nei portici dei palazzi
risuonano le ottave del Tasso…
….
e noi piangeremo inconsolabili
Così accompagneremo l’idolo
del nostro cuore con mestizia
verso un mondo e una terra migliori.

A Roma la principessa Volkonskaja si stabilì di nuovo a Palazzo Poli, insieme col figlio Aleksandr e i suoi precettori, lo storico e letterato S. Ševyrёv e in seguito il giovane filosofo N. Rožalin. Nel settembre del 1828 così scriveva dell’Italia la Volkonskaja a un amico, il principe Pёtr Vjazemskij:
“Questo paese dove ho vissuto per quattro anni è divenuto la mia seconda patria: qui ho dei veri amici, da cui sono stata accolta con una gioia che non potrò mai adeguatamente apprezzare… Tutto mi è caro a Roma: le arti, i monumenti, l’aria, i ricordi”.

Di ritorno a Roma nel 1829, la Volkonskaja affittò da un certo Ferruzzi un palazzo sulla riva del Tevere, proprio nel centro di Roma. Una facciata del palazzo dava sulla via Monte Brianzo e l’altra direttamente sul fiume. (Quella parte di riva adiacente alla famosa chiesa romana di Santa Maria in Posterula fu in seguito rimossa e il palazzo della Volkonskaja con le case circostanti e la chiesa vennero abbattute). La scelta della Volkonskaja era motivata dal fatto che la principessa russa, affascinata dal cattolicesimo, non desiderava stabilirsi nel “ghetto degli inglesi”, come allora veniva chiamato il rione di piazza di Spagna, popolare tra i “forestieri”. Pietro Cazzola, biografo della principessa, così descrive il quartiere dove si stabilì la Volkonskaja:

“In quel Labirinto di viette silenziose, fra antichi palazzi e modeste botteghe di barbieri e cappellai, ancora trovavi l’osteria che spalancava la sua porta a sfaccendati servitori di case padronali: o il limonaro o il fruttarolo, che trasformavano le loro baracchette in odorosi pergolati; o il friggitore che esponeva la sua merce adornandola d’alloro; o il pizzicarolo, che decorava a Pasqua fantasiosamente la vetrina con statuette di strutto che parevano d’alabastro e a sera illuminava di lampioncini il suo ‘tempietto gastronomico’. Fu questo dunque il quartiere che Zinaida abitò per lunghi anni, non lontano da quell’ “Albergo dell’Orso” – un’antichità romana che aveva ospitato Montaigne, e forse Dante – e dalla casa di Raffaello, dove l’Urbinate aveva dipinto la Fornarina”.
Nel 1830 Zinaida Volkonskaja acquistò dal principe Altieri una villa accanto alla chiesa di San Giovanni in Laterano, circondata da un grande parco in cui si conservavano gli archi dell’antico acquedotto di Nerone, costruito nel I secolo come deviazione dell’acquedotto di Claudio per l’approvvigionamento d’acqua del nuovo palazzo di Nerone. S.P. Ševyrёv, P.V. Annenkov, F.I. Buslaev e M.P. Pogodin ci hanno lasciano alcune descrizioni della villa.

Pogodin: “La villa della principessa Volkonskaja dietro San Giovanni in Laterano era deliziosa: una casa con una torretta, piuttosto ampia, con una stanza sola per piano, costruita tra le mura romane e circondata da entrambi i lati da vigne e aiuole e viottoli bellissimi. In lontananza s’intravvedevano gli archi degli infiniti acquedotti, i campi e i monti, e dall’altra parte la zona abitata di Roma, il Colosseo e San Pietro. Più di tutto mi commuoveva il giardinetto dedicato alle rimembranze. Là, all’ombra di un cipresso sta l’urna in ricordo del nostro indimenticato Dmitrij Venevitinov… C’è un’antica rovina dedicata a Karamzin, un’altra a Puškin… Quali sentimenti, quale ingegno possiede! Ogni angolo del giardino, ogni svolta sono occupati, e quanto opportunamente! Ora si scorge un’icona della Madre di Dio, ora un’antica urna, una pietra o una rovina con un’iscrizione”.

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Gli appartamenti della Volkonskaja a Palazzo Poli e la sua villa nelle vicinanze di San Giovanni in Laterano furono frequentati da molti russi celebri in visita a Roma: Gogol’, Vjazemskij, Žukovskij, A.I. Turgenev, M.I. Glinka, Kiprenskij, Ščedrin, K.P. Brjullov, Bruni, A.A. Ivanov, Orlov, Iordan, I.V. Kireevskij. Ospiti della Volkonskaja furono anche Adam Mickiewicz, Walter Scott, Stendhal, Victor Hugo, Fenimore Cooper, il compositore Gaetano Donizetti, il pittore Vincenzo Camuccini. Lo scultore danese Bertel Thorvalden. Ospite di Palazzo Poli fu probabilmente anche Alexandre Dumas, se è vero che questo palazzo con l’adiacente Fontana di Trevi viene descritto nella scena del carnevale romano de Il conte di Montecristo.
Nella villa della Volkonskaja si trovavano un’eccezionale collezione di quadri e un’immensa biblioteca. E nel parco la principessa aveva creato il  “Viale delle rimembranze”, lungo il quale aveva fatto collocare obelischi e stele alla cara memoria di Karamzin, Puškin, Venevitinov, Baratynskij, Žukovskij, Goethe, Byron, Walter Scott.

Nel 1832 la Volkonskaja meditava di far ritorno in Russia, dove il figlio Aleksandr avrebbe dovuto proseguire gli studi, ma a Bolzano s’ammalò gravemente. Ševyrёv, che accompagnava la principessa, scrisse allora a Mickiewicz:
“Iddio ha preservato la nostra cara principessa, gioitene, e se potete, accorrete qui a gioirne con lei… Il nostro angelo era pronto a involarsi nel cielo, ma gli amici l’hanno trattenuta per le ali e Iddio ce l’ha lasciata, perché anche quaggiù c’è bisogno di persone buone”.
Tornata a Roma, la Volkonskaja scrisse a Mickiewicz:
“Mi trovo a Roma, come Vi auguravate. Non sono riuscita a recarmi colà dove il dovere mi chiamava, vale a dire in Russia… Di me si sono presi cura i miei cari italiani, così simpatici col loro buon umore e il loro buon carattere. Hanno deciso che dovevo tornare a Roma”.

Nel 1833 Zinaida Volkonskaja si convertì al cattolicesimo (“la mia malattia mi ha fatto ritrovare la concordia con Dio”, aveva scritto a Mickiewicz). Il salotto romano della Volkonskaja divenne uno dei più influenti centri del mondo cattolico. Negli anni Quaranta e Cinquanta la principessa Volkonskaja si occupò attivamente di beneficenza, aprendo diverse scuole cattoliche per fanciulle. Michele Colagiovanni descrive così una giornata tipo della principessa:
“Nella mattinata, dalle dieci sino al mezzogiorno, i promotori delle varie buone cause, i mendicanti, i poveri, la gente che cercava lavoro, quelli che chiedevano consiglio e consolazione si mettevano in coda. A mezzogiorno la Principessa li invitava ad accompagnarla in qualche chiesa per l’ultima Messa o per la benedizione e finiva con una passeggiata al  Pincio. Pranzava alle ore due. Questa era l’ora per i suoi parenti, dei quali molti erano all’Ambasciata; il bel mondo arrivava allora, perché erano sicuri di trovarla in casa, e ognuno poteva partecipare al pranzo, al quale i suoi intimi amici avevano il loro posto: l’abbé Gerbert, monsignor Luquetm l’abbé Martet. Anche molti francesi si presentavano. La sera era riservata alla società. Il martedì era il suo giorno di ricevimento. Le personalità cattoliche più famose che erano in Roma in quel tempo, facevano della sua casa un punto di convegno”.

Zinaida Volkonskaja si spense a Roma nel 1862. Secondo la leggenda, la principessa aveva ceduto il suo scialle a una mendicante che stava assiderandosi nella via e si era raffreddata mentre percorreva la strada verso casa, buscandosi una polmonite che la portò nella tomba. Secondo alcune testimonianze, dopo la morte di Zinaida Volkonskaja “un’immensa folla di gente semplice accompagnò il feretro dell’amata ‘principessa russa’ dalla villa fino alla chiesa di San Vincenzo”.
Tre anni prima di morire la Volkonskaja aveva comprato una tomba di famiglia doveva aveva fatto traslare i resti del marito. Nikita Grigor’evič. Le ceneri di Zinaida Aleksandrovna Volkonskaja, di suo marito  della sorella Marija Aleksandrovna (sposata Vlasova) riposano ora nella prima cappella di destra della chiesa dei SS. Vincenzo e Anastasio, sulla piazza accanto alla Fontana di Trevi. A detta del suo celebre biografo Aleksandr Trubnikov (che firmò con lo pseudonimo francese di André Trofimoff il volume dal titolo La principessa Zinaida Volkonskaja. Dalla Russia imperiale alla Roma papale) la Volkonskaja aveva fatto cospicue donazioni alla Chiesa, nella speranza di essere sepolta nella basilica di San Pietro, dove si trovano le spoglie dei più eminenti rappresentanti della Chiesa di Roma e altri insigni esponenti del cattolicesimo. Per i loro buoni uffici verso il papato, riposano qui anche i resti di due donne: la contessa Matilde, che sotto le mura del castello di Canossa umiliò re Enrico IV, e la regina Cristina di Svezia, che abiurò alla religione protestante. Tuttavia, anche la chiesa dei SS. Vincenzo e Anastasio godeva nella Roma papale di uno status particolare: per tradizione, nella sua cripta venivano conservate le urne con il cuore dei papi defunti.

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Il figlio della Volkonskaja, Aleksandr Nikitič Volkonskij, divenne un illustre diplomatico e scrittore: a lui si deve, tra l’altro, un’opera in due volumi dal titolo Roma e l’Italia dei tempi recenti e dei tempi recentissimi, edita nel 1845. Egli lasciò i suoi beni alla figlia adottiva Nadežda, che in seguito andò in sposa al marchese italiano Vladimiro Campanari. Dopo la sua morte, avvenuta nel 1922, la Villa Volkonskij fu venduta allo Stato italiano e divenne la residenza del ministro degli Esteri. Ora è la residenza dell’ambasciatore della Gran Bretagna. L’ingresso alla residenza è attualmente situato sulla piazza che porta il nome di Zinaida Volkonskaja.



  



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Ringraziano per l'utile discussione di Myshkin :
Assol (19 Dicembre), Vincentius Antonovich (19 Dicembre),  
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Messaggio Re: La Principessa Zinaida Volkonskaja 
 
Amo questo personaggio! Mi sembra riassumere in sé, sia la sincera ammirazione, con la quale la maggior parte dei russi colti ha sempre avuto la bontà di guardare all'Italia (mentre gl'italiani continuavano a ricambiare verso la Russia sguardi freddi e dubbiosi), sia la profonda sensibilità umana nei confronti della cultura, come pure delle persone (questa sì, prontamente riconosciuta e ricambiata dagl'italiani, probabilmente perché è proprio questo tratto di sensibilità il denominatore comune tra le culture delle due nazioni).
Grazie alla sua presenza a Roma artisti ed intellettuali russi ed italiani ebbero modo di conoscersi e di confrontarsi. Tra le leggende, che avvolgono la villa Wolkonsky [questa è l'ortografia generalmente usata in Italia], ce n'è pure una, secondo la quale a Gogol' sarebbe venuta la prima idea per "Le anime morte", proprio mentre visitava delle antichissime tombe, appena riscoperte nel giardino della villa.
Sono particolarmente interessanti le circostanze della sua sepoltura. Come ha scritto Myshkin, la Principessa avrebbe voluto essere sepolta nella basilica di San Pietro; lei aveva dovuto sopportare rinuncie e dispiaceri a seguito della sua conversione al Cattolicesimo, magari non aveva rinunciato al trono, come aveva fatto Cristina di Svezia (che è appunto sepolta nella basilica Vaticana), tuttavia aveva pur sempre pagato un prezzo molto amaro.
Non fu possibile accontentarla, però la chiesa, nella quale le venne concessa una cappella di famiglia (Ss. Vincenzo ed Anastasio), è in qualche modo ancora un cimitero papale: infatti, i cuori di tutti i Papi, da Sisto V (XVI Sec.) a Leone XIII (XX Sec.) sono gelosamente custoditi proprio lì, perché Il palazzo del Quirinale, che in passato fu la residenza principale dei Papi, si trova proprio nel territorio parrocchiale di quella chiesa.
Negli anni più recenti, il Vicariato della Diocesi di Roma ha concesso la chiesa in uso alla comunità bulgara di Roma, sicché oggi, quella in cui riposano i resti della Principessa è diventata una chiesa Ortodossa.
  



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